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Sergio al lavoro

​Perché è successo proprio a me?

Questa è una di quelle domande che ho sentito più spesso uscire dalla bocca di persone che, per motivi diversi, hanno avuto una lesione cerebrale. La necessità tutta umana di trovare una ragione, una spiegazione, quando non addirittura un colpevole, diventa persino più forte nel momento in cui ci si trova a dover convivere con gli esiti di un trauma cranico, di una malattia degenerativa, di un tumore.

La vita deve essere riorganizzata, il lavoro ridimensionato, le relazioni riviste. Capita di dover ri-apprendere azioni semplici come vestirsi, utilizzare carta e penna per fissare i ricordi che sfuggono, ridurre il caos o la confusione attorno a sé, per riuscire meglio a concentrarsi, a prestare attenzione, modificare i piani che si erano fatti per il futuro, cambiare il modo in cui ci si incontra con gli amici.

Così, allo stesso modo, può capitare che quegli stessi amici o parenti cerchino di ridurre l’impatto emotivo dicendo cose come “sei stato fortunato, poteva andare peggio”, “dai che ce la puoi fare”, “piano piano andrà meglio”.
Tutte cose dette con le migliori delle intenzioni, che spesso il paziente ripete come un mantra, trovandole davvero utili.

La verità è però che queste frasi non aiutano sempre e tutti; un esempio dalla mia esperienza: Sergio è un uomo che ha poco più di trent’anni. Ha avuto un incidente in motocicletta i cui esiti sono stati disturbi di memoria e difficoltà a prestare attenzione. Nella vita di tutti i giorni Sergio non ha più le stesse prestazioni a lavoro, impiega più tempo per portare a termine i vari incarichi, ha bisogno di chiedere diverse volte le stesse istruzioni ai suoi colleghi, situazione che gli causa ansia ed imbarazzo.

Sergio ha una famiglia che, dopo l’incidente, si è stretta intorno a lui per dargli il supporto possibile e necessario, e che ripete “piano piano”, quando lo vede in difficoltà.
“Piano piano” a Sergio non piace affatto; si innervosisce, diventa irritabile, peggiora ancor di più la sua situazione. Per Sergio “piano piano” è una cosa che si dice ai bambini, non all’uomo autonomo che lui é. “Piano piano” gli ricorda ogni volta che non è quello di prima, ma Sergio non ha il coraggio di dirlo ai suoi familiari, per paura di risultare scortese, per paura di offenderli o ferirli.

Lo dice in seduta, in una stanza dalla porta chiusa, dove trova l’orecchio e la comprensione del neuropsicologo con cui sta potenziando le sue risorse.

Evitando di dire “piano piano”, il neuropsicologo lo aiuta a rendere quella famosa domanda – perché a me? – un punto di partenza per una riabilitazione efficace.
Solo guardando alla propria condizione con onestà e coraggio si può pianificare, con l’aiuto di un professionista, il proprio personalissimo viaggio terapeutico.
Il Via!, se immaginiamo un tabellone di Monopoli, consiste dapprima nello spostare il binocolo dalle cose che si sono perdute a quelle che sono rimaste invariate, poi nel toglierlo del tutto e guardare a queste ultime da vicinissimo, col fine di comprendere in che modo ci si può lavorare.

Depressione, ansia, rabbia, sono tutti sentimenti e stati condivisi tra le persone che si trovano a dover far fronte alla nuova disabilità. Queste, però, alimentate dal famoso “perché a me?”, per quanto naturali, possono essere un vero ostacolo al miglioramento ed al reinserimento sociale, scolastico, lavorativo.

Con una persona che sia in grado di dirgli, oltre a quello che non va, anche quello che funziona, un paziente come Sergio riesce a cambiare lo sterile “perché” in un più utile “come” e a porsi degli obiettivi realistici da raggiungere nel breve, medio e lungo termine.

  • Come posso migliorare il mio rendimento lavorativo?
  • Come posso migliorare la mia memoria?
  • Come posso gestire la rabbia?
  • Come posso fare per stancarmi di meno?
  • Come posso fare per non avere più bisogno degli altri?

Questi sono solo alcuni degli spunti dai quali si può partire. Provate oggi stesso: sostituite la ricerca del perché con la ricerca delle vostre soluzioni personali, del vostro biglietto d’ingresso per la riabilitazione.

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